
scovato su perfavorescrivialtrove.

Francamente l’unica cosa FICHISSIMA è che a fare l’una e l’altra non rischi di finire in galera. Per il resto dovresti metterti d’impegno e considerare l’idea di dare una svolta alla tua vita. Prima cosa, limitare l’ascolto di musica alle sole ore di veglia. Ma potresti fare di più e staccare la musica a pranzo e a cena, quando stai cacando e mentre ti masturbi (una persona che ho conosciuto recentemente sostiene che cacare e farsi le pippe siano gli unici due momenti di privacy che ci sono rimasti). Più in generale la mia idea in merito è che le persone che si fanno di musica in modi così poderosi tendono a svilire il proprio paradigma esistenziale intorno a dischi, musicisti e generi e ad elucubrare su tali minchiate fino al punto di creare ex-novo una tassonomia talmente del cazzo che ad aprir bocca in merito rischia di farsi regalare una camicia di forza anche dai passanti. Così come “parlare”, ad ogni costo e per puro parlare’s sake senza cura di ciò che si dice e come lo si dice, non ci sembra esattamente uno degli sport più spettacolari in terra. Anche se, epistemologicamente parlando, c’è da dire che tale attitudine supera brillantemente l’impasse dell’eterna lotta tra forma e sostanza, il cui principale interesse come sappiamo è che permette di sfottere i letterati che s’impantanano su tale dicotomia, facendo spallucce e parlando semplicemente. Sospetto tuttavia che un approccio puramente incrementale all’atto del parlare possa creare problemi agli ascoltatori, che sono supposti dover capire qualcosa di ciò che dici, per non parlare degli scompensi di lungo periodo provocati dalla forzata astinenza dai rapporti umani che consegue logicamente alla tua incapacità di stabilire un dialogo, e che potrebbero sfociare in una psicosi ancora più aggravata di quella che ti porta a cercare ascolto musica tutto il giorno parlo è fichissimo su Google. In fin dei conti credo la chiave possa essere una sorta di conciliazione dialettica utilitaristica alla John Stuart Mill, senza dover per forza sfociare nel minimal ad ogni costo (che va ancora di moda, ma è un pacco).
Pescato da Valido su Valido TV, come sempre una miniera. Sospetto sia una specie di citazione libera da Kill Bill 2, ma non giustifica.

Sì, si chiama caffelatte. A parte le celie che una domanda talmente stupida può generare in gente agguerrita come ad esempio chi scrive, occorre che specifichi cosa intendi per dark e normale quando le metti a raffronto. È facile infatti incappare in una concezione vagamente aristotelica di normalità, che tenda a collocarla grossomodo a metà di uno spettro delimitato da due caratteri estremi. “Che la virtù etica è dunque una via di mezzo, e come lo è, e che è via di mezzo di due vizi, uno per eccesso, l’altro per difetto, e che è tale per il fatto di essere tendente al giusto mezzo che ha luogo nelle passioni e nelle azioni, è stato sufficientemente detto” (l’ho trovata qui). Nel caso specifico, insomma, potrebbe volersi dare che persona “normale” è chiunque sia più o meno distante tanto dal concetto di darkettone preso male dalla vita e con la foto di Rozz Williams al posto del crocifisso in cameretta, quanto dalla ventunenne euforica con il lecca lecca ed il poster di Napoleon Dynamite. Il che significa che nel caso concreto stai cercando uno stile dark per tre quarti, il che significa una specie di poeta maledetto con tendenze suicide ma che sappia sciogliersi di fronte all’incredibile poesia di un’alba sul mare, almeno una maglietta gialla nel guardaroba e cazzi del genere. Ti invito comunque a considerare che quasi tutti noi abbiamo un lato oscuro, e questo mi dà comunque da pensare rispetto a quella che sospetto sia la tua attitudine, vale a dire l’arrogante definire “normale” uno stato mentale che esuli del tutto qualsiasi sfumatura riconducibile al concetto di “dark”. Rather be peripatetico than indiepopper, per dirla alla Kurt Cobain.
Comunque sono problemi tuoi. Visivamente esiste un’intera gamma di vie di mezzo tra “dark” e normale, pensa solo alla maschera di luminosità di Photoshop, al fatto che puoi tirare la tapparella della tua finestra a metà o a un quarto, al crepuscolo, al grigio metallizzato e ai tatuaggi scoloriti. Parlando di fashion una discreta via di mezzo tra dark e normale è pantaloni aderenti di latex con anfibione nero, cintura piena di borchie e catene, camicia Benetton rosa con un bottone slacciato, barba di due giorni, berretto New York Yankees e Flik Flak al polso. Contemporaneo, pregno, street, dinamico. Magari prova qualche accostamento con il Gira La Moda.
pescato da Colas nei referrer di stereogram.
La Cappella Sistina. Fai una ricerca su google immagini, trovi una bella immagine grande, la salvi e la apri con photoshop, la trasformi in scala di grigio, magari gli fai pure un bell’effetto spatola (una cosa leggera se c’è modo), aumenti abbestia i contrasti e la stampi. Poi la ricalchi con un pennarello nero a punta grossa e te l’appendi in soggiorno.
(post corto ed autogenerato. Qualcuno lo sta cercando in questo momento, magari stasera ha altro da fare…)

Questo è il tipico esempio di usare Google in modalità ultimate resource. La risposta comunque è NIENTE. Scusa se te lo dico così, ma se le definizioni che usi sono stringenti e puntuali il senso della frase è chiaro ed inequivocabile. Non c’è niente da fare e quindi non puoi fare niente. Quello su cui comunque dobbiamo davvero discettare quanto prima è la reale possibilità che esistano situazioni in cui non ci sia davvero nulla da fare, rimanendo nella sfera della normalità e dell’esistenza: a titolo di esempio mi ero figurato una situazione di assoluta immobilità, tipo venire legato e seppellito nel bel mezzo del deserto del Sahara con solo la testa fuori, in attesa di morire per un’insolazione o quel che è. Ma ho pensato che anche in quel caso, tanto per dirne una, puoi metterti a sbattere i denti in maniera ritmica cercando di diventare abbastanza bravo da assegnare un suono diverso ad ogni dente che sbatte sull’altro e riuscire a simulare quasi alla perfezione una batteria –magari affinando la propria abilità nel corso del tempo cercando di imparare con i denti delle tracce di batteria sempre più complicate. Se riescono a liberarti dalla situazione puoi andare anche a uno di quei programmi tipo la Corrida a suonare la batteria jazz con i denti, e magari concedere qualche intervista raccontando la tua storia di sopravvivenza attraverso l’arte alla Antoine De Saint-Exupery. Parlando di esperienze personali, l’unico momento della vita in cui mi sono trovato in una situazione simile che ricordo, a parte le visite dal medico (ma spesso puoi trovare in sala d’aspetto riviste di gossip vecchie di due anni), è stato una volta mentre con un amico mi sono trovato ad attenderlo in bici davanti a casa di un tizio da cui doveva comprare un joystick. In buona sostanza me ne sto lì, dice che ci mette due minuti e invece rimane dentro un’ora. Così, senza nulla in tasca né niente, decido di impiegare il tempo libero a cercare di imparare a sputare come un vero uomo. Sai quel modo pauroso di sputare come quelli che masticano tabacco, a getto d’acqua. Mi metto a produrre saliva e ne mollo uno, ma non mi soddisfa. Così riprovo. Nel frattempo ne sparo uno un po’ più piccolo. Dopo un po’, visto che non riesco a sputare a getto in maniera soddisfacente (anche perché se sputi trenta minuti a fila ti rimangono solo delle sacche di saliva totalmente insufficienti), provo a disegnare alcune costellazioni. Quand’ero ragazzino le conoscevo tutte, adesso riesco solo a ricordare cassiopea orione e i due carri. Comunque cerco di riproporle in una condizione dinamica, con il dragone che passa in mezzo agli altri e tutto quanto. Sono abbastanza avanti nell’opera, fermo restando che per un paio di stelle ho sbagliato clamorosamente la mira, quando il mio amico torna. Guarda per terra sconvolto e non nasconde l’approvazione: avevo coperto qualcosa come tre metri quadri con la mia saliva. E valeva anche come rimprovero per il tempo che aveva impiegato. Tanto per dirne una.
In ogni caso, sono convinto che nel dire “non c’è niente da fare” ti riferisci ad una serie di situazioni in cui semplicemente non stai studiando né lavorando e papà non ha tempo per portarti a Gardaland né niente. In questo caso suppongo dipenda dal budget a tua disposizione, ma per queste specifiche condizioni l’umanità ha inventato modi di passare il tempo chiamati, appunto, passatempo. Vale a dire un’attività qualsiasi, possibilmente animata da una logica incrementale. Perlopiù inutile, anche se magari non esplicitamente dannosa (alcuni miei amici da piccoli passavano i pomeriggi ad incendiare benzina e alcool, e come cosa è divertente anche se non propriamente sicura o costruttiva). Elenco parziale: disegnare, scrivere cose, legger libri, fare un solitario, collezionare insetti morti, scaricare software inutili, riordinare casa, fare costruzioni con gli stuzzicadenti, fare tirassegno su bersagli inanimati con la pistola ad aria compressa, costruirsi un corpo da culturista a forza di ginnastica, dipingere le pareti di camera tua, incidere i mobili vittoriani della camera da letto dei tuoi con un coltello da cucina (sconsigliato), correre in bici, usare uno skateboard, imparare a suonare uno strumento, montare un canestro sul muro esterno di casa, guardare film all’impazzata, imparare a far foto con il cellulare, dar calci contro il muro a piedi nudi, imparare una danza, tirar sassi alle lattine, iscriversi ad una polisportiva, comprare un boomerang, imparare qualche trick con lo yo-yo (molto carino, per molto tempo lo portavo in giro –tanto per fare qualcosa mentre passeggiavo), telefonare alla tua più cara amica e fare gossip spinto per tutto il tempo (consigliato avere una tariffa flat), e via di questo passo. Oppure starsene stesi a riflettere su cose guardando il soffitto della camera da letto e cercare di arrivare ad un nuovo stato di coscienza. Magari prendendo appunti di tanto in tanto.
un altro grazie a simplygiulia.