NON OSARE SEI SILENCIO

di FF

La storia di Non osare, sei Silencio, leggendario spaghetti-western del 1973 di Carlo Cozza (conosciuto dai più come Charles Mussel), è la storia di un’Italia gretta e meschina che invece di elevare i propri eroi e grandi artisti li copre di fango e merda costringendoli ad un vicolo cieco esistenziale vendersi VS emigrare e/o spingendoli al suicidio artistico e commerciale. Carlo Cozza non era un vincente, tutt’altro: portava il peso di un’eredità artistica schiacciante (era figlio del celebre Creso Cozza), ma aveva ben presto accantonato la strada del concettualismo paterno per inseguire il sogno di diventare un novello John Ford. Il successo sotterraneo dell’ancora acerbo -ma già lacerante- Cento dollari per Silencio aveva convinto i boss dell’ormai defunta Totalis Cinema a mettere in cantiere un seguito delle avventure di Silencio, pistolero-per-caso del Nuovo Messico. Che in realtà, nella mente di Cozza, andò a conformarsi come un prequel, impostato come una sorta di tragedia greca che riprendesse l’episodio della morte di Gwen, già apparso nei flashback di Cento dollari. Lo script originale è quello di una vera e propria tragedia, un viaggio all’interno della vita e della morte di Silencio (un uomo destinato a perdere tutto) Messo insieme un budget di fortuna, che contava tuttavia su un cast di comprimari d’eccezione (pescati soprattutto tra amici ed ammiratori di Cozza) ad affiancare i riconfermati Vincenzo Freccia e Caterina Costa, iniziarono le riprese. Leggende narrano che la crisi arrivò al terzo giorno con la scena dello stupro: la polizia arrivò a chiudere il set, sequestrare la pellicola ed arrestare il responsabile di produzione Silvestro Maggiorana, dando il via ad un effetto domino che fece naufragare Totalis, che si scoprì essere nient’altro che una macchina per il riciclaggio di denaro sporco mafioso.

Non osare, sei Silencio è figlio di quel break, e del passaggio di proprietà della pellicola al gruppo francese Malles. Nell’anno di pausa Carlo Cozza andò incontro ad un forte periodo di depressione ed alcolismo, finendo per riscrivere tutto il copione e rigirandolo in pieno delirio. L’aggiunta dei cartoni animati di Andrea Manto in fase di montaggio fu di fatto l’ultima fase dell’avventura produttiva, seguente alla morte della fidanzata di Cozza in un incidente aereo e direttamente ispirata alla tragedia (un po’ tipo La Notte di Druillet, per capirci). Il gruppo Malles decise di non fare uscire il film nel suo formato originale, un’ode psichedelica alla sofferenza pervasa da un senso di morte incipiente: la versione che arrivò nelle sale fu vittima dei barbarici tagli alla pellicola commissionati a Mario Ferro (che fino a poco tempo prima s’era professato fan di Cozza) ed andò incontro ad uno scarsissimo successo di pubblico, fomentato da una critica particolarmente adirata e maligna nei confronti del regista (e tutto sommato è comprensibile, se si guarda la versione di Ferro… uno scempio ancora più scriteriato di quello perpetrato da Dario Argento a Martin).

La riscoperta del capolavoro originale di Cozza è stata recente, per quanto rocambolesca: un inserviente di Malles Productions recuperò la pellicola originale e la sottrasse allo studio, riuscì a metterla nelle mani di Mario Morsa (che nel 1996 era al proprio apice commerciale, sull’onda del successo de La banda del Tirreno) il quale riuscì a muovere abbastanza fili da rendere giustizia postuma ad uno dei più grandi film della storia d’Italia, facendogli riguadagnare un giro nei cinema d’essai nel ‘98 ed una retrospettiva a Torino nello stesso anno. Guardare oggi quelle infinite carrellate e quelle strepitose immagini animate fa salire il groppo in gola e ci fa chiedere di che cosa sia fatta la nostra terra. E questo post è dedicato da me e Davide a Silencio, il cavaliere solitario. E a Carlo Cozza, nel trentatreesimo anniversario del suo suicidio.

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