CERCASUGOOGLE

spiega cose che qualcuno crede vadano spiegate

Categoria: 2.0

1,2,3, BUKKAKÈ

È l’inizio di una vecchia filastrocca.

1 2 3 bukkakè
la mia crema su di te

la tua chioma rosso fuoco
tutt’a un tratto è rosa fioco

se ti sposti tutt’a un tratto
faccio il bagno al cane e al gatto

tanti amici e la Marianna
golosona della panna

…e un sacco di altre strofe sullo stesso argomento. A me la insegnò il mio amico Alessandro ai tempi dell’asilo, diceva che la cantavano sempre ai pranzi coi parenti. Non ho mai capito bene il senso, credo fosse un’associazione libera. Ora me l’immagino cantata a squarciagola in mezzo al circle pit ai concerti di Andrew WK.

(da qui)

NIKON LE FOTO SCATTATE SI AUTODISTRUGGONO

Ebbene sì. È un’impostazione che Nikon ha deciso di inserire di default nella Coolpix L006/bis -serie creata in esclusiva per l’MI6 britannico in modo da poter rifornire i propri agenti di una fotocamera digitale che possa permettere di scattare a iosa senza che gli scatti possano venire sgamati dalle organizzazioni terroristiche di tutto il mondo anche dopo la cattura dell’agente segreto. La L006/bis, che in realtà ha l’aspetto ed il marchio di una comunissima L11, è una fotografica digitale a tutti gli effetti, con scheda di memoria estraibile e quant’altro. Il componente aggiuntivo davvero interessante davvero innovativo è un chip collegato all’attacco della schedina di memoria: camuffato da pezzetto di plastica, in realtà scarica in tempo reale le fotografie che vengono immagazzinate nella schedina e, sempre in tempo reale, le invia al database dell’MI6 attraverso una connessione criptata non tracciabile appoggiata ad un satellite dedicato (messo in orbita in segreto nel maggio del 2007).
Ti chiederai come mai ti è capitato di avere comprato per una manciata di euro una fotocamera per superspie. Ebbene, voci di corridoio dicono che Nikon, complice un grosso vantaggio di economia di scala nel produrre il chip sostitutivo della L11, abbia cercato di gabbare più di uno stato sovrano e cercato di vendere il format a più servizi segreti, facendo venir conveniente alla fine della fiera montare il chip occulto in tutti i modelli in commercio -e riempiendo il mercato di fotocamere-spia. Per rispettare i parametri di sicurezza ed irrintracciabilità del bando pubblico di concorso per la fornitura dell’MI6, infatti, la macchina è dotata di un codice a combinazione di dodici cifre da digitare con la tastierina circolare sul retro della macchina, tipo NORD SUD OVEST OVEST EST NORD SUD NORD SUD SUD EST OVEST. Digitando il codice preimpostato, il singolo agente segreto avrà accesso all’opzione spionistica di default della fotocamera, non digitandolo avrà semplicemente una normale fotocamera che riempie la scheda di memoria della digitale. Vale a dire che, cazzeggiando con il flash e l’esposizione, hai beccato per puro caso il codice di accesso di James Bond al satellite. La cosa divertente in tutta la faccenda è che in questo esatto momento la divisione antiterrorismo dell’MI6 sta cercando di capire perché James Bond si sia fatto tutte quelle foto al pisellino. E presto arriverà alla gabola di Nikon, probabilmente deteriorando in via permanente i buoni rapporti tra Giappone e Gran Bretagna: fossi in te butterei via la macchina ripulendola da tutte le impronte -anche dalla scheda e dalle batterie, mi raccomando.

diegozilla, e già sai.

COSA POSSO SCRIVERE SU UN MURO

Io sballo un sacco con quella frase di Banksy che tradotta è più o meno “tutti gli artisti son disposti a soffrire per la propria arte. Ma perché così pochi artisti sono disposti a imparare a disegnare?”
Comunque nella mia città ed affini ricordo al massimo tre o quattro slogan abbastanza convincenti da regalare all’eternità ed ai viaggi in treno dei più meritevoli, scrivendoli a caratteri marziali sul muretto appena fuori della stazione. Vale a dire:

LITTLE TONY REGNA
FOREVER MERDA
NO ALL’ITALIA DEI BANCHIERI
GO VEGAN OR GO FUCK YOURSELF

Soprattutto il secondo, letto da qualche parte anni fa da mio fratello, è una delle più grandi influenze culturali della mia pubertà. E poi naturalmente c’è il coup de theatre, una delle più vitali e chiassose manifestazioni di non-allineamento degli anni zero, un calcio in faccia al bigottismo repressivo di una certa “casta” e a tutti i momenti di tolleranza zero di questo mondo. Una soluzione rousseauviana per la vostra bomboletta di vernice (mi pare stia da qualche parte in Friuli).

(autoprodotto)

WWW FIGA CAZZI

scovato su perfavorescrivialtrove.

COSA FARE SE LA RUOTA DEL CARRELLO DELLA SPESA SI BLOCCA

Per intanto faccio mio il consiglio della centralinista della salsa Worcestershire nel primo speciale Halloween di South Park: non perdete la calma e non mettetevi a decapitare zombie a destra e a manca. È la prima regola.
La seconda regola è quella di contestualizzare l’incidente, così da individuare al meglio possibili vie d’uscita dall’impasse. Per capirci: un problema è se la ruota si blocca mentre passeggi disinvolto e svagatissimo in giro per il centro commerciale fingendo di non notare la mammina trentasettenne dalle tette grosse sei metri avanti a te; un altro problema è se si blocca una ruota del carrello mentre ti stai lanciando da una strada in discesa in qualche deserta zona residenziale periferica della tua cittadina dentro un carrello della spesa, magari facendo a gara a chi arriva prima a terra tra te ed alcuni amici ancor più decerebrati di te –magari facendo a gara. Nel primo caso è un problema d’impaccio o al limite d’impiccio, e comporta semplicemente un certo grado di goffaggine improvvisa che renderà più difficile portare a letto la mammina; nel secondo caso è un problema di incolumità personale e va risolto nel giro di circa un secondo. Nel primo caso si agisce sul problema in sé, nel secondo sulle conseguenze indirette della cosa –fratture, escoriazioni, una testa di cazzo che si rompe e cose del genere. E via di questo passo. Di per sé, anche fuori di esempi tanto aleatori, è necessario comunque contestualizzare maggiormente anche il problema della rottura dal punto di vista puramente descrittivo. Come ben sapete infatti, parlando di assetto delle ruote esistono diversi tipi di carrelli, classificabili principalmente in tre grandi macro-categorie. Delle quattro ruote di cui il carrello della spesa-tipo è provvisto possono esserci due o quattro ruote in grado di curvare (assecondando la curvatura del piano in cui il carrello corre e la direzione imposta dalla mano che lo guida), e se ce ne sono due possono essere le due anteriori e le due posteriori –fermo restando che la maggior parte degli esercizi, soprattutto se parliamo di carrelli-spesa leggeri da supermercato e non di carrelli da carico tipo magazzini cash’n’carry (per delucidazioni sulle differenze consiglio molto il portale carrelli.it), preferisce oggigiorno orientarsi su carrelli con quattro ruote in grado di curvare (mi perdonerete se non conosco il termine tecnico per definirle). La differenza tra ruote fisse e ruote girevoli –in senso orizzontale- è importante sia per definire la gravità dell’incidente in sé che per definire il luogo d’origine del danno. Nel caso di una ruota fissa è piuttosto ragionevole pensare che il problema origini dal mozzo, probabilmente un pelo di caprone s’è ad esso impigliato ed impedisce lo scorrimento delle ruote. Altrimenti è necessario precisare se il bloccarsi della ruota in questione è il bloccarsi della dinamica di base (cioè del girare della ruota stessa) o se piuttosto si sia bloccata la ghiera che permette alla ruota di curvare. In un caso o nell’altro, in ogni caso, la maggior parte delle situazioni in cui vengono usati carrelli da spesa, superfici pavimentate e velocità moderata, consente agevolmente di fermarsi, chinarsi un paio di secondi (ma attenzione a lasciare i vostri effetti personali incustoditi sul carrello mentre state piegati, specie se siete affetti da disturbi percettivi quanto lo sono io: potrebbe arrivare chiunque e fregarveli poco sopra il vostro naso, comprarsi una cassa di grappa con i vostri contanti non-rintracciabili e brindare alla facciaccia vostra fino al coma etilico) e verificare il danno in essere. se si tratta di un chicco di caffè presente nell’ingranaggio potrete senz’altro rimuoverlo a mani nude, o al limite usando una delle chiavi del vostro mazzo –il mondo è pieno di igienisti, e qui non si discrimina nessuno. Se il problema invece è la rottura di uno dei componenti, potrebbe essere un vostro diritto/dovere segnalarlo al direttore del supermercato, ma molti di essi sono personaggi con la puzza sotto il naso che vedono di cattivo occhio chi interrompe il loro lavoro di pianificazione con quelle che considerano facezie. Potreste addirittura uscire dal supermercato, prendere un altro carrello e lasciare il carrello disastrato in mezzo alla corsia come se non fosse un problema vostro –soluzione all’italiana. Per quanto mi riguarda è una soluzione a costo zero: Dalle parti del 2000, sto tirando ad indovinare sulla data, Conad regalò per natale ai suoi clienti un portachiavi agganciato ad una moneta finta con la quale potevasi estrarre il carrello dal gancetto senza dover tenere l’euro di cauzione che di solito occorre versare. Se per voi invece perder quella moneta possa essere in qualsiasi modo deleterio/infausto/sconveniente, dovrete in qualche modo arrancare con il vs. carrello danneggiato fino alla rastrelliera dove l’avete comprato, riporlo come se non fosse un problema vostro –all’italiana– e dirigervi fischiettando verso l’auto con la vostra spesa. E se posso permettermelo, mi auguro che anche la busta di plastica sia bucherellata, si sbraghi a metà strada e vi costringa ad un’enorme figura di merda nel parcheggio.

su einvece.

VESTITO PER ANDARE A UN CONCERTO DEI RADIOHEAD

Da diverso tempo ho deciso che le mie frequentazioni di kermesse da stadio/auditorium e quant’altro si debbano svolgere in condizioni di sostanziale impermeabilità nei confronti della maleducazione agreste del tipico avventore da concerti della morte e del vaffanculo con ventimila anime in pena pressate l’una ai sudori fetenti dell’altra che applaudono ogni scorreggia del supereroe che per vedere han pagato quaranta euro -più almeno altrettanti in benzina ed autostrada, senza contare la cifra a spendersi in alcolici e droghe leggere. La mia idea in proposito è di reinventare la propria figura così da far coincidere ostruzionismo e costruzionismo: camicia ben inamidata, pantaloni lunghi, scarpette a modo, barba rasata di fresco, capelli pettinati. Niente droghe, giusto un paio di birre se capita di voler stare bene. Trucco agevole ancorché non eccessivo per le ragazze, vestitini leggeri e voce bassa. Buttate le spillette giù per la tazza del cesso qualche ora prima di partire, così da non cadere in tentazione. Quando ero ragazzo imparai da un mio coetaneo che mettere ad un concerto la maglietta del gruppo che suona è da terroni; non ho ben idea di cosa significhi, ma ho sempre rispettato l’assioma. In fin dei conti -pensateci- il vostro mestiere dell’appartenenza ad un concerto di Vasco* è già ampiamente dimostrato da quell’orribile bandana in poliuretano espanso che portate sulla fronte a proteggervi dai colpi di calore e a massacrarvi la fronte di brufoletti da sudore. Potreste addirittura amare un altro gruppo al mondo, intendo. Indossatelo ed evitate le magliette con stampa plasticosa di due metri quadri. Indossate Burzum ai concerti di Coldplay (Burzum funziona sempre un sacco). Un’altra splendida idea, parlando in particolare di Radiohead, è stampare magliette antagoniste e magari venderle sottobanco in mezzo al pubblico, un bel logo a caratteri cubitali concepito per l’occasione e recante messaggi di scriteriato antagonismo ex-ante. Tipo ad esempio

o meglio ancora

Diamo comunque per scontato, mio/a anonimo/a amico/a, che la sfrontata ineleganza casual dello stile baggy degli abiti di scena di Thom Yorke e compagni ti dia il permesso di andare ad un loro concerto vestendoti come cazzo preferisci, o anche nudo/a come un bruco, senza destare troppo scalpore. Buon concerto.

*Rossi.

su stereogram.

COME CERCARE LE COSE SU GOOGLE


(clicca per ingrandire)

Partiamo dal fatto che se vai su Google, seguendo il link, ti troverai una pagina non dissimile da quella che vedi tagliata nell’immagine sopra.
Il campo 1 è quello nel quale digiterai le parole chiave per la tua ricerca. Suggerimenti: Google non s’incaponisce sull’etichetta, quindi non è necessario chiedere le cose mettendo un punto interrogativo alla fine né chiederlo per favore né strozzare la frase a furia di imperfetti e condizionali come facciamo in Romagna quando non vogliamo sembrare dei pezzenti (con scarsi risultati, nel caso concreto). Nell’avventurarsi in un motore di ricerca, ad ogni modo, devi avere una vaga idea di come ci si muova nel complicato labirinto della lingua, sapere cosa si intenda per connotazione o denotazione, persino cosa si intende per parola chiave. E via di questo passo. Naturalmente non è necessario far parte dei Garzoni dell’Infarinato per scovare notizie in merito all’ultimo disco di Syria o alla morte di Alessandro Magno, ma dipende da quanto saranno essoteriche od esoteriche le ricerche nelle quali vorrai avventurarti. Nel senso: una ricerca molto puntuale dà molti meno risultati di una ricerca più generica, ma nel secondo caso dovrai districarti tra una serie di risultati non-inerenti che potrebbero farti prendere male e portarti lontano dalla soluzione al tuo quesito specifico -e nonostante quel che dicono in giro, l’esempio fatto poco sopra ci dice che non è possibile trovare risposta a tutto nemmeno su internet.
Il campo 2 è il tasto da cliccare (o clickare) dopo aver digitato la domanda -se non hai voglia di premere INVIO, che è equivalente. In alternativa puoi cliccare il tasto di cui al campo 3: Google non ti manderà ad una lista di opzioni suggerite dal motore di ricerca bensì ti rinvierà a quello che è il primo sito internet nella lista di Google corrispondente alla chiave di ricerca inserita. Può funzionare, ma perché togliersi il piacere di valutare una scelta? Risposta: per vedere cosa può succedere nel momento in cui la scelta mi è negata. Alcuni usano il tasto “mi sento fortunato” come un vero e proprio punto fermo della loro dialettica: a me va benissimo, ma non necessariamente al resto del mondo. Le scelte di cui al campo 4 sono ben intuibili: puoi cercare le cose su tutta la rete, in pagine italiane o in pagine in italiano -resta da comprendere la sottile distinzione -di stampo marcatamente individualista, se lo chiedete a me- alla base della distinzione tra la seconda e la terza voce. Probabilmente si tratta del retaggio anglofono di Google, poiché la distinzioni tra pagine inglesi e pagine in inglese è decisamente più marcata -ma anche sticazzi, insomma.
Il resto dei campi, dal 5 al 12, è soprattutto riservato al tuo piacere personale e/o alla capacità di realizzarti cazzeggiando con le opzioni di ricerca. Sono strumenti per evitare che la ferrea matematica di Google dia precedenza a certi risultati piuttosto che ad altri secondo criteri di ordinamento che puoi non condividere, così che sarai tu ad impostare questioni chiave riguardo alla pertinenza o meno. Lunga storia, e andando avanti scoprirai per filo e per segno di cosa sto parlando. Mi chiedo solo, fuori dalle telecamere, perché cerchi su Google come cercare le cose su google. Oltre che per sfottere me.

(da QUI. sono orgogliosissimo, in effetti.)

CERCO L’UOMO

L’antenato storico più illustre, parlando di una ricerca talmente generica e scriteriata, era un autentico maestro del decontestualizzare. Naturalmente parlo del celeberrimo aneddoto che vede protagonista Diogene di Sinope, detto il Cinico, aggirarsi per le vie in pieno giorno con una lanterna alla ricerca dell’uomo. Diogene era un personaggio davvero singolare, barbone bisbetico e attaccabrighe che passava per gran conoscitore delle cose del mondo e si era visto leccare il culo persino da Alessandro il Grande in persona, cioè una specie di George W.Bush del 300 a.C.; pare in effetti che un bel giorno Alessandro gli si parò davanti e gli disse che avrebbe esaudito un desiderio qualsiasi, vedendosi rispondere “levati dal cazzo, mi stai facendo ombra” (si dice che Alessandro fu di parola, esaudì il desiderio e si tolse dal cazzo). Ora, se questo è il caso, sappi che nell’accezione originaria del termine, cinico vuol dire “come un cane”. Ed era appunto la vita che lo stesso Diogene conduceva, vivendo in una botte e cagando per strada senza che nessuno avesse niente da eccepire e facendosi anzi una fama di maitre à penser delle cose del mondo. Già di per sè i tempi che viviamo non concedono a tali illuminati la stessa indulgenza: la legge di quasi tutti gli stati civili vieta la nudità e le deiezioni in luoghi pubblici, e moltissimi associano al nome John Locke un personaggio di Lost. Non che a me freghi un cazzo, ma cercare l’uomo su google mi sembra davvero un paradosso. Così come è un paradosso cercare l’uomo su google in un’accezione più squisitamente individualistica, cercare l’uomo in te stesso ad esempio. In entrambi i casi potresti interrogare il motore di ricerca ed ottenere come prima risposta Gabriel Garko (Diogene sarebbe incazzatissimo). Se invece sei una ragazza, e cerchi l’uomo della tua vita, consiglio di non partire dalle ricerche per immagini -e men che meno da Myspace e Facebook. E nel caso, cerca di scegliere tra quelli che non si fanno autoscatti ad angolazioni strane. Oppure esci di casa e cercane in una qualsiasi bettola di periferia. Magari partendo dai circoli Arci, o meglio ancora Endas (il mito di Giuseppe Mazzini aiuta). Forse per l’UOMO Acli non va altrettanto bene -ma anche sì.

su diegozilla (che tra l’altro fa uscire proprio oggi un post sui referrer)

PROBLEMA 1.LICEITA’ DELLA MASTURBAZIONE



Come qualsiasi cosa per la quale non esista una “giornata mondiale” pro o contro, la masturbazione è un problema sul quale l’opinione pubblica non si spacca. È infatti attitudine largamente condivisa quella secondo cui ognuno è libero di fare del proprio corpo ciò che preferisce a patto di non violare, facendolo, le libertà altrui; è altresì ormai accettato che la pulsione sessuale è appunto una pulsione e non un vizio intellettuale, ed una valvola di sfogo autopoietica può rivelarsi in molti casi un grande livellatore sociale. Lasciando a parte un momento i termini rousseauviani, è necessario tuttavia dirimere alcune questioni di contesto intorno ad una domanda così ben posta. Per prima cosa quando parlo di masturbazione, in questo topic, intendo un atto rigidamente autoriferito. E ti prego di non cader preda di facili ironie pensando all’avverbio “rigidamente”. Inoltre parlo di un livello piuttosto standard di accoglienza civile dell’atto: elemento essenziale per arrivare ad un punto specifico, ma forse meritevole di un cenno in più. In effetti tutto quel che il tuo quesito solleva d’interessante è legato alla flessibilità dei sistemi di riferimento. È strano tuttavia che alcuni di essi siano ancora in mano all’ipocrita grettezza che regnava sovrana da prima degli anni cinquanta: mamma e papà sanno benissimo, infatti, che quella orribile cosa la fai diverse volte a settimana con il massimo vigore di cui sei capace; ma non per questo, se tu trovassi il coraggio sudaticcio di confessare la tua colpa, potrebbero considerare l’idea di pagarti il pieno al motorino per la tua sincerità. Alcune malelingue sostengono che persino tra i ministri del culto cattolico, che ti puniscono con qualche simbolico avemaria, si contino alcuni indefessi praticanti. Il che, parere personale, è comprensibile e condivisibile. Specie come ammortizzatore sociale, inserendo nell’integrità clericale un certo grado di tolleranza -alle stesse regole del resto del mondo, cioè chiudere la porta del bagno- verso crimini tutto sommato minori e non contro la morale (perché non depenalizzarlo dai confessionali? Che valore monetario rimane ad un avemaria se lo usi per punire le pippe?). La masturbazione, anzi, è un grande traguardo da raggiungere per ragazzi e ragazze dalla coscienza sessuale incerta e/o inesistente. Che poi essa possa essere arma a doppio taglio, fuor di discussione. Così come è fuori discussione la liceità. Quel che mi fa sorgere dubbi sulla tua domanda: davvero pensi che la questione se frustare il cobra sia lecito o illecito possa davvero, in qualsiasi sistema di valori, il problema 1?

su lioninwinter

ALBERTO TOMBA AUTOBIOGRAFIA

Purtroppo, dopo una ricerca tra i principali motori di ricerca di libri mondiale, pare che nell’opus magnum degli scritti di Alberto Tomba non esista un’autobiografia. Alberto Tomba, se non lo sapete, è un incredibile atleta di Castel de Britti, uno sciatore di prima forza che tra gli ’80 e i ’90 fece sognare milioni di platee e fu in grado con la sola forza delle sue discese di riportar fede nell’Italia dello sci e, nelle parole di un mio parente che non nomino, “far tornare gli atesini nel buco del culo del mondo da dove cazzo son venuti” -mi sia concesso il linguaggio colorito, era semplicemente l’orgogliosa presa di posizione di un contadinotto romagnolo contro lo strapotere della falange bolzanese nelle classifiche italiane dello slalom, non sempre accompagnato da un’adeguata padronanza della lingua italiana e spesso inficiato dai non troppo nascosti desideri di anschluss all’Austria di alcuni tra i più turbolenti abitanti della zona.
L’assenza di un’autobiografia è in effetti difficile da accettare, ed è probabilmente da imputare allo scarso interesse dello stesso acchè la propria esistenza sia messa sotto i riflettori in altre dimensioni che non fossero quella delle sue vittorie, scelta probabilmente giustificata nonostante -almeno- una non disprezzabile performance di attore possa essere annoverata nel suo CV; o probabilmente alla mancanza di tempo materiale per scriverne una. Aggiungiamo, se mi si permette, la nota avversione di Alberto nei confronti della carta stampata, testimoniata da una serie di episodi incresciosi di scontri con giornalisti e suggellata da una bellissima lettera aperta sul sito ufficiale del campione, alla quale personalmente affido tutto il buono dei ricordi di pomeriggi e serate passati con il fiato in gola in attesa di rimonte epocali che alle volte sono arrivate e hanno fatto piangere dalla gioia me e mio padre, stretti in abbracci che la mia età maggiore ha poi voluto esaurirsi. Per quanto riguarda le note di colore, tuttavia, esiste -suppongo sia- una biografia scritta da Enrico Crespi e Giorgio d’Urbano (pare, quest’ultimo, ex-preparatore atletico dello stesso Tomba) intitolata Il Re delle Nevi ed uscita per Paoline Editoriale Libri, che non son riuscito a capire se abbia a che fare con le Edizioni Paoline o no. Ma pensare ad un link tra la messa domenicale ed Alberto Tomba è assolutamente, come amo dire, figoso.

su enver.