CERCASUGOOGLE

spiega cose che qualcuno crede vadano spiegate

Categoria: guinness

IL PENE PIÙ GRANDE CON CUI HO SCOPATO

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Per quanto riguarda la mia esperienza diretta, il modello più grande di cui mi sono servito è stato un Lagostella Master 12 Pro che avevo trovato usato su Ebay nell’estate del 2004. Attenti a non confonderlo con il Master 12 Amateur: la versione Pro monta infatti due prese d’aria a branchia aggiuntive su ogni lato, ha rifiniture di Amtrex biotecnologico Euro 3 ed un’autonomia pari a sei quinti rispetto all’Amateur. Al secondo posto, ma decisamente più affidabile, il Meschnof Smarties Bluette che mi regalò una cugina di mio padre per il quattordicesimo compleanno. A dire il vero oggi non è possibile ricomprarlo –la serie Smarties della Meschnof, che riproduceva in scala 3:1 il tubetto degli omonimi confetti di cioccolato, fu ritirata dal mercato dopo le proteste di alcune influenti associazioni dei genitori tedesche per ovvi motivi di immagine/immaginario. Tuttavia la connessione idraulica a mio parere tende ancor oggi ad essere molto più affidabile della digitale, nonostante tutti i modelli in commercio abbiano –prematuramente- optato per la seconda opzione. Qualche tempo addietro comunque ho letto un sondaggio su Focus secondo il quale un campione interrazziale di ventisettemila tra montatori e riceventi (maschi e femmine nel secondo caso, solo maschi nel primo) asseriva (mediamente, ovvio) di preferire distribuire la propria preferenza secondo più criteri (silenziosità, gradevolezza tattile, tasso igrometrico) alla pura e semplice stazza del modello.  Nondimeno, la risposta alla domanda è Lagostella Master 12 Pro. Avevo anche una foto in cui lo indossavo ma devo averla smarrita quando ho formattato. Referrer da Cercasugoogle.

CI SONO FARMACI PER LA PARURESIS

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Per chi se lo stesse domandando, la paruresis (o shy bladder syndrome, sindrome da vescica timida) è un disturbo della personalità che ti impedisce di pisciare in pubblico. Ricordo di una volta, alla visita per i militari (un luogo e un momento dove i traumi adolescenziali te li vendono col 4×2), che un tizio del mio gruppo rimase quaranta minuti con il pisello attaccato a una provetta con medici e sergenti che gli urlavano cose tipo MUOVITI! e lo ingozzavano di acqua minerale per poter timbrare il cartellino e mandarci tutti affanculo. Leggendo wiki si impara che in realtà la paruresis colpisce una fetta di popolazione mondiale assolutamente rilevante: il sette per cento degli uomini in terra, più tutti quelli che si vergognano a dirlo. Frequentare bar e osterie mi fa concludere che la maggior parte di costoro vivono probabilmente in Nuova Zelanda, ma magari no -se uno sa di averla magari non ci prova nemmeno. In qualsiasi caso, essendo del tutto impreparato sull’argomento, per trovare una risposta alla tua questione mi sono avventurato nel sito ufficiale della Comunità Italiana Paruretici (la quale, mi piace pensare, fa conferenze annuali in qualche aula magna senza gabinetti): un bel sito pulito e fatto con criterio, annunciato dalla suggestiva immagine di un ragazzo e una ragazza seduti su un prato, lui che punta il dito in lontananza e in sovrimpressione la scritta OLTRE L’ORRIZZONTE -gente a cui piace la poesia al punto dal volerla utilizzare a viva forza anche parlando dell’incapacità di farla in un cesso pubblico. Una volta accettata la doppia R di cui sopra, anyway, paruresis.it è un’autentica miniera di informazioni utili: “Esitare ad urinare in un bagno pubblico ha poco a che fare con la paruresis, che invece porta il soggetto ad una situazione di panico, nervosismo eccessivo, palpitazioni e disorientamento. Insomma in determinate occasioni la visione della realtà è, potremmo dire, distorta da una serie di fattori: ad esempio il fatto stesso di non trovarsi comodamente nel bagno di casa porta comunque ad un senso di  generico disadattamento alla situazione generale; il timore di essere osservati dalle persone che si trovano ad urinare e di quelle che potrebbero arrivare; ancora pure la paura di essere criticati per il fatto stesso di non poter riuscire nell’ atto, inibisce (come in un circolo mentale vizioso) il paruretico“. E via continuando sulla falsariga. Per quanto riguarda la richiesta in sè, molti -anche la stessa Comunità Italiana Paruretici- danno per scontato il fatto che sia un disturbo psicologico più che fisico, quindi diciamo che una pastiglia per pisciare agevolmente in pubblico sul mercato non c’è. Pensavo che la bevanda inventata da Arth Guinness a suo tempo avrebbe potuto essere una soluzione sia per il puro e semplice processo di diuresi che per i meccanismi di inibizione psicologica a monte, ma un anonimo nei commenti mi assicura che sette pinte potrebbero far finire un paruretico all’ospedale, che potrebbe non essere il miglior fine serata di tutti i tempi. Trovato da nuxx, su Inkiostro.

COME GESTIRE UN GUINNESS

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Il mio consiglio principale in questo è di non sederti sugli allori e cercare di sforare oltre i limiti della condizione umana per estrarre gloria a fiotti da ogni tuo singolo appuntamento col destino. Alla Sergej Bubka, per capirci: uno o due centimetri alla volta, finchè sei il sovrano incontrastato. Renderti ben conto delle specifiche caratteristiche della specialità in cui decidi di eccellere e non strafare, mai, per nessun motivo, anche se vedi ampi margini di miglioramento nel Guinness. Sia mai che qualcuno decida di fregarti di un millimetro nella categoria baffi rossi più lunghi della terra: potresti ribaltare radicalmente il risultato il giorno successivo e riprenderti il primato, dando il via ad un’escalation a due tra le due più emozionanti della storia del Guinness. Per quanto riguarda la gestione passiva, invece, ricorda soprattutto che è importantissimo rimanere sul pezzo. Sii presente nel momento della prova ufficiale di ogni tuo avversario, metti in discussione il risultato, le condizioni generali in cui la prova viene realizzata e portati dietro un avvocato di grido per intimorire le giurie. Naturalmente sono consigli da profano: non sto cercando di entrare nel Guinness (in realtà sì, ma sarei un bel coglione a venire a raccontare la categoria in pubblico).

Un PS interessante: da ragazzino pensavo che la Guinness (birra) si chiamasse così per una questione di marketing, tipo la nostra è la più buona di tutte e quindi la chiamiamo Guinness, affermazione che personalmente tenderei a non smentire se parliamo di birre alla spina spillate in condizioni di eccellenza formale (non al baretto di Gattolino alle tre di notte del sedici agosto, insomma). In seguito, nell’età del primo alcolismo, scoprii il concetto di Irish Pub e venni a sapere qualcosa in merito alla figura di quello straordinario artigiano del capitalismo che rispondeva al nome di Arth Guinness, e pensai che, ehi, si chiama così dal cognome del fondatore, pensa che omonimia. Scopro oggi che in realtà è il Guinness dei primati a prendere il nome dalla birra. Dettagli su Wiki.

LOTTATORE DI WRESTLING PIÙ SCARSO

Io, negli anni in cui lo praticavo (dai cinque ai sette). Nei paesi di provincia ci si diverte così: ci si incontra tra vie e si sfodera i propri campioni scommettendo nient’altro che il proprio orgoglio sulle lotte. Far combattere i campioni di wrestling delle vie di un paese negli anni delle scuole elementari è la versione contemporanea di mettere gli storpi su un palco a ballare nel medioevo. In sostanza il campione è il ragazzino più piccolo e gracile della via, viene portato in trionfo all’incontro, dotato di una strategia e messo di fronte ad un altro ragazzino piccolo e gracile, grossomodo della stessa età. La mia divisa da combattimento era un grembiule di mia madre, messo a mo’ di mantello. La tecnica che mi suggerivano era quella di schienare l’altro prima che l’altro schienasse me. Schienare, scoprii, era far toccare le spalle dell’avversario per terra e tenerlo lì per tre secondi. Che era lo scopo del gioco: una tattica molto fine e ragionata. Naturalmente la tattica in questione non teneva conto della mia stazza, piuttosto ridotta di quei tempi e scarsamente sintomatica del successivo ingigantirsi delle mie ossa e della mia trippa fino al peso odierno; e certamente potrei accusare i miei amici dell’epoca (ragazzi più grandi e più cool di me) di avere un senso adattivo piuttosto limitato per quanto riguarda i consigli sul come gestire il lottatore avversario una volta compresa la sua tecnica di combattimento. Da un punto di vista macro, comunque, era un grande esempio di civiltà: le due vie si sfidano ad un gioco onesto e dotato di regole per sapere chi è il più cazzuto, senza far volare scapaccioni in dieci contro dieci. Dal punto di vista mio era un discreto pacco, invece: significava in sostanza farsi il culo agli allenamenti (gli allenamenti erano una cosa tipo torture cinesi, a cura di certe bambine, supervisionate da uno del giro: correre a piedi nudi sulla ghiaia, fare le flessioni con le bambine sopra, dare pugni ai muri e simili amenità), farsi fare il culo al campetto il giorno dell’incontro e farsi fare il culo dai tuoi amici più grandi perché avevi buttato via l’onore della via. Ricordo tre o quattro incontri, in genere con lo stesso bimbetto che mi schienava regolarmente. L’unica volta in cui sfiorai la vittoria riuscii a tenerlo schienato per due secondi, poi si rialzò. Quella particolare volta fu molto divertente perché il più grande fra di noi accusò l’arbitro di aver contato troppo lentamente e finì a botte dieci contro dieci mentre il mio avversario frignava per finire il combattimento regolare. Arrivato alla seconda o terza elementare era diventato inverosimile mettersi a fare i combattimenti, anche perché dopo un po’ la sfiducia dei tuoi lascia il segno e le vie avevano smesso di beccarsi tra loro. L’unico altro torneo di wrestling a cui partecipai fu una cosa organizzata in prima media per un capodanno, e fu una delle ultime volte in cui mi capitò di subire angherie da parte dei miei compaesani -iniziarono a pestarmi i compagni di classe di altri paesi, gente tosta, e un paio di compaesani che volevano entrare nel loro giro. Ma in quest’ultimo caso non era wrestling, erano più che altro botte in freestyle. Assodato che non avevo riportato danni cerebrali, decisi di portare a casa il risultato, concentrarmi su altro e perdere il giro degli incontri di wrestling. L’unico altro mio contatto fu verso i 17, quando era praticamente impossibile avere conversazioni con i coetanei eccezion fatta per tre argomenti:
1 la ragazza che ci saremmo fatti di più tra quelle che tutti conoscevamo e non l’avevano mai data a nessuno di noi
2 la miglior combinazione marmitta/ cilindro/carburatore per truccare una vespa 50
3 il più cazzuto tra i protagonisti degli incontri di wrestling commentati da dan peterson il sabato pomeriggio.
La risposta al quesito 1 e 2 è naturalmente irrilevante. La risposta al 3 è fumosa, io preferivo di molto Undertaker l’unica volta in cui lo vidi per dieci minuti prima di concludere che fosse un programma noiosissimo con una colonna sonora di merda, molti altri erano per Diesel o Razor Ramon, e uno per quel ciccione giapponese che si cagava addosso quando vedeva Undertaker. Chi fosse il più scarso francamente non è mai saltato fuori, e sono convinto che il quesito che tu poni riguarda incontri di wrestling avvenuti 15 anni dopo quelli a cui assistetti io. Nel caso specifico non posso aiutarti. Mi dispiace.

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SONO BASSA TUTTI MI INSULTANO COME DEVO FARE

Quello che devi fare, cara, è pensare bene a quello che dici. Sono ragionevolmente sicuro, infatti, che nessuno ti abbia mai insultato. A nessuno viene da insultare qualcun altro per la sua statura, fatta eccezione quando ti trovi un tizio alto due metri e trenta nella fila avanti a te al cinema: l’insulto nasce dall’odio, o dalla paura, e nessuno ha paura dei nani fatta eccezione per quello di Twin Peaks. Quello che intendi, probabilmente, è che tutti ti SFOTTONO. Ti guardano e ridono a crepapelle di te, si prendono gioco della tua statura, ti subissano di appellativi per niente simpatici. È diverso dall’insultare. Insultare è qualcosa che chiede fatica, capacità di mettere a fuoco, urgenza, scelte drastiche, prospettive di faide, possibilità di ritorsioni legali. Sfottere richiede solo un po’ di verve. Venendo al punto, ci sono sostanzialmente due soluzioni al tuo problema. La prima soluzione è chirurgica, e ti rimando a quella miniera di informazioni che è yahoo answers. La seconda soluzione, che di gran lunga preferisco, è filosofico/metodologica. Per prima cosa, a livello puramente intellettivo, “essere bassa” non significa un cazzo. Quello che intendi è che la tua statura è più ridotta rispetto a chi ti sta intorno? Allora sei alta un metro e quaranta. Non voglio convincerti ad adottare una denominazione politicamente corretta tipo diversamente alta, sia chiaro: sono cose che quasi tutti i puri aborriscono. Dal punto di vista sociale sei atta a fare qualsiasi lavoro ti venga in mente, eccezion fatte cose tipo “pilota d’aereo in forza alle Frecce Tricolori” (e se questo è ciò che desideri, quel che è basso è il tuo quoziente intellettivo, o il livello delle tue aspirazioni). Di seguito: sei donna, puoi fregarmi dieci centimetri solo coi tacchi. Di seguito: tutti quelli che ti sfottono in realtà ti si vorrebbero fare e non lo ammettono. Le ragazze di bassa statura se la tirano di meno, scopano meglio e in alcuni casi riescono a fare pompini senza nemmeno doversi inginocchiare, e questo è un ficcante argomento femminista. Che poi, insomma, tutto questo tirarsela a balestra delle ragazze alte non farà arrivare le loro teste di cazzo più in alto della troposfera, nè farà loro ottenere più ingressi gratis in discoteche di ultratendenza tipo il Billionaire (per quello devi darla e/o avere altri accorgimenti che prescindono dalla statura). Per farla breve, il mondo è ai tuoi piedi (e i tuoi piedi sono alla stessa altezza dei piedi di tutti). Quindi BASTA frignare come se l’unica tua argomentazione per difenderti fosse che nella botte piccola c’è il vino buono e bla bla bla. Anche perché in linea di principio non è per forza vero, e in molti hanno imparato a risponderti che nel tappo non c’è niente.

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