CERCASUGOOGLE

spiega cose che qualcuno crede vadano spiegate

Categoria: statements

I FANTASMI SONO I UN ALTRA REALTÀ DOPO LA VELOCITÀ DELLA LUCE


È il titolo dell’unica raccolta di racconti mai pubblicata da Mattia Brunico, uno scrittore totalmente folle e sconosciuto. Mattia, figlio di ferrovieri non propriamente allineati con il regime fascista, inizia a scrivere racconti alla fine degli anni venti nella natia Giulianova, città non spesso baciata dal genio (ma nella quale fermano comunque i treni che van da Bologna a Pescara) ed oppressa di buon grado dal regime fascista. Nella più totale libertà artistica Mattia ha inventato un proprio stile fatto di contrapposizioni e cut-up radicali al limite del nonsense, impregnati di un immaginario sessuale grottesco ed assolutamente non in linea con il canone neoclassico del regime, per quanto estremamente crudo e scientista, e spesso estremamente lucido nel definire la condizione della categoria dei ferrovieri di cui anche lui finì per fare parte. Leggendo certe cose di Burroughs tuttavia è assolutamente impossibile non vedere i palesi rimandi a I Fantasmi, autofinanziato dall’autore e ripubblicato da Stransia nel ’49 -quando ormai un altro tipo di conservatorismo, più strisciante ma non meno pericoloso, aveva invaso il mercato letterario italiano- con esiti commerciali talmente disastrosi che iniziarono a serpeggiare voci che identificavano Brunico come il peggio iettatore tra i giovani scrittori italiani, direttamente responsabili del suicidio dell’autore di due anni dopo. Ancor oggi tuttavia la carica eversiva di Esiziale meta per di cui il soporifero negro bilanciato, il più incredibile dei venti racconti contenuti nel volume -l’allucinato resoconto in chiave horror di una notte insonne passata da un soldato di fanteria bergamasco nella campagna di conquista dell’Abissinia. Il grande circolo dei letterati che contano si è ben guardato tuttavia dal pagare pegno all’incredibile genio di Mattia, condannandolo ad un oblio prematuro. Un peccato bruciarsi così il più grande autore italiano tra le due guerre, ma non è forse questa sciattezza il più grande male dell’accademia in Italia?

(grazie ad angelo)

ASCOLTO MUSICA TUTTO IL GIORNO PARLO È FICHISSIMO

Francamente l’unica cosa FICHISSIMA è che a fare l’una e l’altra non rischi di finire in galera. Per il resto dovresti metterti d’impegno e considerare l’idea di dare una svolta alla tua vita. Prima cosa, limitare l’ascolto di musica alle sole ore di veglia. Ma potresti fare di più e staccare la musica a pranzo e a cena, quando stai cacando e mentre ti masturbi (una persona che ho conosciuto recentemente sostiene che cacare e farsi le pippe siano gli unici due momenti di privacy che ci sono rimasti). Più in generale la mia idea in merito è che le persone che si fanno di musica in modi così poderosi tendono a svilire il proprio paradigma esistenziale intorno a dischi, musicisti e generi e ad elucubrare su tali minchiate fino al punto di creare ex-novo una tassonomia talmente del cazzo che ad aprir bocca in merito rischia di farsi regalare una camicia di forza anche dai passanti. Così come “parlare”, ad ogni costo e per puro parlare’s sake senza cura di ciò che si dice e come lo si dice, non ci sembra esattamente uno degli sport più spettacolari in terra. Anche se, epistemologicamente parlando, c’è da dire che tale attitudine supera brillantemente l’impasse dell’eterna lotta tra forma e sostanza, il cui principale interesse come sappiamo è che permette di sfottere i letterati che s’impantanano su tale dicotomia, facendo spallucce e parlando semplicemente. Sospetto tuttavia che un approccio puramente incrementale all’atto del parlare possa creare problemi agli ascoltatori, che sono supposti dover capire qualcosa di ciò che dici, per non parlare degli scompensi di lungo periodo provocati dalla forzata astinenza dai rapporti umani che consegue logicamente alla tua incapacità di stabilire un dialogo, e che potrebbero sfociare in una psicosi ancora più aggravata di quella che ti porta a cercare ascolto musica tutto il giorno parlo è fichissimo su Google. In fin dei conti credo la chiave possa essere una sorta di conciliazione dialettica utilitaristica alla John Stuart Mill, senza dover per forza sfociare nel minimal ad ogni costo (che va ancora di moda, ma è un pacco).

Pescato da Valido su Valido TV, come sempre una miniera. Sospetto sia una specie di citazione libera da Kill Bill 2, ma non giustifica.

LE PERSONE CHE SE LA TIRANO LE ODIO

La tua spietata affermazione potrebbe essere resa meglio in italiano, con gran risparmio di parole: ad esempio odio le persone che se la tirano, o –equivalente- odio chi se la tira.
La parte più interessante nell’analisi del tuo moto d’orgoglio, tuttavia, si richiama ad un vecchio –e ancor oggi, per mia parte, irrisolto- quesito esistenziale/dialettico/linguistico, molto ben sviscerato qui -vale a dire: quando dico che te la tiri, cosa suppongo venga tirato?
Non è quesito di facile soluzione, e tutt’altro che banali le facili battute con le quali alcuni spiritosoni infarciscono il magico regno di yahoo answers per quanto riguarda la voce specifica. Un mio compagno di classe, sarà stato in seconda liceo, parlava con un altro compagno di classe (a quei tempi non erano in molti a rivolgermi la parola, così passavo così il tempo dedicandomi ad ore ed ore di overhearing) e parlando di una ragazza della sezione C un anno più vecchia di noi disse che “è di Milano, e le milanesi si tirano tutte la catena”. È l’unica volta in cui ho sentito riferire l’espressione gergale “tirarsela” ad un oggetto specifico, e il gioco di richiami che parte dall’idea che tirarsela significhi tirarsi un’ideale catena del cesso di fronte ad astanti ritenuti inferiori è assolutamente, ehm, geniale. Naturalmente l’ipotesi più accreditata della saggezza popolare, o meglio dell’inferenza popolare, è un chiaro ed impalpabile riferimento alla vagina. Non che io sia contrario, ma certo dovresti riflettere su questa cosa: insomma, che odi a fare chi se la tira se non sai manco che cosa si tira?
Considerando invece la questione per sommi capi, metodo google-cazzodicane, certo le persone che si vantano eccessivamente di ciò che fanno sono pesanti in molti aspetti della vita sociale, specie in situazioni dalle quali è molto dura sfuggire (pranzi parentali, riunioni di lavoro, interviste etc). Esiste comunque tutta una sottocultura di gente che ha fatto del tirarsela una categoria di pensiero, ed è riuscita nel corso del tempo a definire una propria poetica che li ha resi sì personaggi controversi, ma anche grandi autori, tipo Henry Miller o Gabbo d’Annunzio o che so, Bukowski Rollins Baricco Travaglio Zeffirelli Sartori Alighieri eccetera. Occorre come sempre contestualizzare, non smetterla di fornire uno sfondo ai primi piani così da giustificare il tiraggio della ****** in un orizzonte storico-sociale più vasto. Ma soprattutto, mio caro, l’odio scriteriato per costoro ti potrebbe spingere a barricarti in casa con le tapparelle abbassate a guardare film di Michael Haneke (altro campione mondiale nel tirarsela) senza salutare nessuno al tuo passaggio, mestiere dell’abbrutimento progressivo che non ci piace manco per il cazzo E che non consente di praticare uno degli sport che personalmente preferisco e che potremmo chiamare sfotting –in buona sostanza, l’arte di blandire i saccenti al punto di far loro raggiungere il punto di non ritorno del tiraggio, oltre il quale si scade nel ridicolo volontario e/o nell’immedesimazione del soggetto in Gesù Cristo o David Duchovny. Come a dire: odiando chi se la tira ti perdi la parte più sapida della tua esistenza qui e ora. Lo sfotting, inoltre, tende a funzionare benissimo con la categoria più quintessenziale di tirers, vale a dire le ragazze di perfetta fattura munite di ingressi omaggio in ogni locale trendy della riviera ed autocoscienza del fatto di essere l’unica donna al mondo dotata di vagina, gente su cui già in passato ci siamo accaniti su questo blogghe. Non tornerò quindi sull’argomento. Ma sicuramente alle volte vuoi avere conversazioni con ragazze del genere, e a loro piace davvero molto ascoltarsi mentre parlano… perché privarti del piacere?

(era una domanda retorica, non sfondarti il cervello)

su paulthewineguy.

AVOCADO BUKKAKE

È, o non è, una variante caraibica del più ingente contributo giapponese al coacervo contemporaneo di perversioni sessuali più o meno documentate in video di tre minuti in giro per la rete. Un rito pagano compromesso ed incredibilmente vivo, consumato in certi circoli esoterici i cui membri sono stati finora tanto scafati da non lasciar tracce di sé nei motori di ricerca.
Curioso in ogni caso apprendere da Wikipedia che la persea americana, oltre a crescere su alberi che possono raggiungere i venti metri e che non sopportano temperature sotto i 4°C (da cui appunto la sua diffusione in climi tropicali), ha un frutto classificato come monosperma (qualsiasi cosa significhi). Il che si suppone essere stato cautamente ponderato, come una sorta di epifania della transustanziazione nel momento in cui la persea diventa indiscusso protagonista del rituale più polisperma del porno contemporaneo. Consiglio dunque caldamente la frequentazione di un Avocado Bukkake Party a qualunque eracliteo contemporaneo fissato con le camicie hawaiane ed i viaggi caraibici, anche se alle volte per trovare gli Avocado Bukkake Parties più puri e devastanti occorre spingersi decine di miglia fuori dei villaggi turistici di residenza, mettendo a repentaglio la propria vita e rischiando una morte ignominiosa nel chiedere indicazioni agli indigeni (pare che qualcuno non la prenda con umorismo insomma). E occorre sempre ricordare che esiste tutta una sottocultura di fruttariani e/o crudisti che vedono di cattivissimo occhio le offese che molti dei maschi coinvolti nei rituali di cui sopra rivolgono impietosamente al povero avocado con il tipico tenore che la svilente pratica del bukkake considera necessario nei confronti del passivo (sia esso donna, capra o avocado appunto). Ricordate quindi, nel volerne organizzare di caserecci, di abbassare le tapparelle. La vista di voi che venite addosso all’avocado ansimando “te la devi magnà, troia!” potrebbe essere presa piuttosto male dai vostri vicini.

su brullonulla.