CERCASUGOOGLE

spiega cose che qualcuno crede vadano spiegate

Tag: paranoia sociale distruttiva

PERCHE GLI UOMINI CONSERVANO IL NR. DELLA EX

fuel

Per gran parte è una questione di utilità pratica ed affini. Una delle mie ex fidanzate storiche è tra i massimi esperti italiani di cinema action hongkongese, quello che iniziò ad andare di moda nella seconda metà degli anni novanta (Tsui Hark, John Woo, Jackie Chan e simili). Aveva una filmografia sterminata in VHS della quale avevo visto sì e no il dieci per cento quando la lasciai nel 1997: titoli davvero oscuri, per gran parte in cinese mandarino non sottotitolato, che aveva raccattato a destra e a manca con mezzi non sempre leciti e cristallini (se vi interessa il gossip, la lasciai perché il mio migliore amico la beccò a fare sesso con un regista asiatico piuttosto famoso nei cessi pubblici del multisala dove stava svolgendosi il terzo Forlimpopoli Asian Film Fest, dove appunto il regista in questione era ospite d’onore). Sia quel che sia, rimanemmo in buoni rapporti: lei la persona che è ed ha gli eroi che ha, ed in certe cose credo sia giusto tenere i piedi per terra e pensare da adulti. Di tanto in tanto ci sentiamo e mi passa una dozzina di VHS o DVD, io me li sparo e glieli restituisco. Sono in buonissimi rapporti anche con la ragazza con cui sono stato per sei mesi qualche anno dopo: una ex-punkabbestia divenuta aromaterapeuta residente a Portoviro, ora gestisce una clinica che pare essere famosa in tutta europa. In realtà è una tipa un po’ scettica rispetto a tutto quel genere di misticismo a buon mercato da ultimi della classe che tende ad affogare la new age, e conservare il suo numero mi è stato piuttosto utile per la mia tesi di dottorato sulla medicina alternativa. L’unica ex fidanzata di cui non ho conservato il numero è Marianna, la centralinista di una hotline porno con la quale le confessioni sui nostri rapporti post-storiadamore stavano diventando piuttosto dispendiosi. Volendo esulare da tutti gli episodi di vita vissuta che potrei continuare ad inventare, comunque, il motivo fondamentale per cui il maschio tende a conservare il numero della ex fidanzata è che, ehm, i numeri di telefono in rubrica non hanno un costo annuo di mantenimento e non portano via troppo spazio nella memoria della SIM. Eliminare un numero di telefono dalla propria rubrica, al contrario, è un’operazione che per l’uomo è estremamente faticosa e porta via almeno sei secondi di tempo, oltre a non dare alcun beneficio pratico se non soddisfare una paturnia che non dovresti avere. E poi sii onesta, se butti via i numeri di tutti i tuoi ex vuol dire che li hai imparati a memoria. Grazie a Francesco di Cercasugoogle per la chiave.

WILLY COYOTE è LA METAFORA DELLA VITA

Sì, e a giugno uscirà per Bompiani il manuale Come leggere Eugenio Finardi, tardivo omaggio al pensatore. Non so se Angelo (fornitore della chiave) è d’accordo con me su questo punto, ma io mi sono sempre chiesto come mai questo particolare aspetto ha incontrato sempre così tanto la fantasia popolare, come se la massima espressione artistica del concetto di esistenza fosse un coyote nudo che insegue uno struzzo altrettanto nudo per farselo alla griglia, spendendo miliardi di dollari in dinamite invece di mettersi a sgranare anacardi od emigrare in terre dove ci sia Burger King. E se si sta parlando di una dinamica hobbesiana e/o primitivista, è roba che viene superata a destra da Dick Dastardly e il Piccione Viaggiatore, che introduce un elemento di sadismo e crudeltà del tutto assente nel cartone di Wile E.Coyote, ed inserito nel contesto delle Wacky Races veniva introdotto esplicitamente l’elemento sessuale nella misura in cui si sarebbe voluto fare Penelope Pitstop (elemento che in Wile E.Coyote è solo suggerito, nei termini di una disgustosa zoofilia per la quale il miglior Salvatore Quasimodo avrebbe probabilmente avuto parole infuocate). Come a dire insomma che in un processo di sospensione dell’incredulità a passo zero come può essere un prodotto destinato ai bambini, tutti i cartoni animati e le serie televisive hanno in qualche misura un certo grado di verosimiglianza e finiscono per essere parabola dell’esistere dell’individuo, con la significativa eccezione di McGyver (la più produttiva fabbrica di handicappati morali dagli anni ottanta ad oggi: conosco decine di persone che hanno smesso qualsiasi forma di autostima da quando è fallita nel tentativo di far esplodere il proprio palazzo con un litro di succo di pompelmo) Esistono tuttavia alcuni insegnamenti che è possibile trovare in Wile E.Coyote e persino io ho applicato alla vita di tutti i giorni, con risultati estremamente positivi:

1) non cazzeggiare con binari, bolas e boomerang, né con qualsiasi altro utensile il cui nome inizia per B.
2) il BEEP BEEP è un suono estremamente arrogante e fastidioso, e come tale va eliminato quanto più possibile dall’umano senso (il mio cellulare ad esempio ha solo la vibrazione)
3) i prodotti acquistati per corrispondenza funzionano male. Timer difettosi, nessuna conformità alle legislazioni vigenti, specie le leggi della fisica, problemi con l’imballaggio e con le micce.
4) gli erbivori tendono ad essere delle supponenti teste di cazzo (un’importante considerazione prima di scegliere il vegetarianesimo).

NIKON LE FOTO SCATTATE SI AUTODISTRUGGONO

Ebbene sì. È un’impostazione che Nikon ha deciso di inserire di default nella Coolpix L006/bis -serie creata in esclusiva per l’MI6 britannico in modo da poter rifornire i propri agenti di una fotocamera digitale che possa permettere di scattare a iosa senza che gli scatti possano venire sgamati dalle organizzazioni terroristiche di tutto il mondo anche dopo la cattura dell’agente segreto. La L006/bis, che in realtà ha l’aspetto ed il marchio di una comunissima L11, è una fotografica digitale a tutti gli effetti, con scheda di memoria estraibile e quant’altro. Il componente aggiuntivo davvero interessante davvero innovativo è un chip collegato all’attacco della schedina di memoria: camuffato da pezzetto di plastica, in realtà scarica in tempo reale le fotografie che vengono immagazzinate nella schedina e, sempre in tempo reale, le invia al database dell’MI6 attraverso una connessione criptata non tracciabile appoggiata ad un satellite dedicato (messo in orbita in segreto nel maggio del 2007).
Ti chiederai come mai ti è capitato di avere comprato per una manciata di euro una fotocamera per superspie. Ebbene, voci di corridoio dicono che Nikon, complice un grosso vantaggio di economia di scala nel produrre il chip sostitutivo della L11, abbia cercato di gabbare più di uno stato sovrano e cercato di vendere il format a più servizi segreti, facendo venir conveniente alla fine della fiera montare il chip occulto in tutti i modelli in commercio -e riempiendo il mercato di fotocamere-spia. Per rispettare i parametri di sicurezza ed irrintracciabilità del bando pubblico di concorso per la fornitura dell’MI6, infatti, la macchina è dotata di un codice a combinazione di dodici cifre da digitare con la tastierina circolare sul retro della macchina, tipo NORD SUD OVEST OVEST EST NORD SUD NORD SUD SUD EST OVEST. Digitando il codice preimpostato, il singolo agente segreto avrà accesso all’opzione spionistica di default della fotocamera, non digitandolo avrà semplicemente una normale fotocamera che riempie la scheda di memoria della digitale. Vale a dire che, cazzeggiando con il flash e l’esposizione, hai beccato per puro caso il codice di accesso di James Bond al satellite. La cosa divertente in tutta la faccenda è che in questo esatto momento la divisione antiterrorismo dell’MI6 sta cercando di capire perché James Bond si sia fatto tutte quelle foto al pisellino. E presto arriverà alla gabola di Nikon, probabilmente deteriorando in via permanente i buoni rapporti tra Giappone e Gran Bretagna: fossi in te butterei via la macchina ripulendola da tutte le impronte -anche dalla scheda e dalle batterie, mi raccomando.

diegozilla, e già sai.

LOTTATORE DI WRESTLING PIÙ SCARSO

Io, negli anni in cui lo praticavo (dai cinque ai sette). Nei paesi di provincia ci si diverte così: ci si incontra tra vie e si sfodera i propri campioni scommettendo nient’altro che il proprio orgoglio sulle lotte. Far combattere i campioni di wrestling delle vie di un paese negli anni delle scuole elementari è la versione contemporanea di mettere gli storpi su un palco a ballare nel medioevo. In sostanza il campione è il ragazzino più piccolo e gracile della via, viene portato in trionfo all’incontro, dotato di una strategia e messo di fronte ad un altro ragazzino piccolo e gracile, grossomodo della stessa età. La mia divisa da combattimento era un grembiule di mia madre, messo a mo’ di mantello. La tecnica che mi suggerivano era quella di schienare l’altro prima che l’altro schienasse me. Schienare, scoprii, era far toccare le spalle dell’avversario per terra e tenerlo lì per tre secondi. Che era lo scopo del gioco: una tattica molto fine e ragionata. Naturalmente la tattica in questione non teneva conto della mia stazza, piuttosto ridotta di quei tempi e scarsamente sintomatica del successivo ingigantirsi delle mie ossa e della mia trippa fino al peso odierno; e certamente potrei accusare i miei amici dell’epoca (ragazzi più grandi e più cool di me) di avere un senso adattivo piuttosto limitato per quanto riguarda i consigli sul come gestire il lottatore avversario una volta compresa la sua tecnica di combattimento. Da un punto di vista macro, comunque, era un grande esempio di civiltà: le due vie si sfidano ad un gioco onesto e dotato di regole per sapere chi è il più cazzuto, senza far volare scapaccioni in dieci contro dieci. Dal punto di vista mio era un discreto pacco, invece: significava in sostanza farsi il culo agli allenamenti (gli allenamenti erano una cosa tipo torture cinesi, a cura di certe bambine, supervisionate da uno del giro: correre a piedi nudi sulla ghiaia, fare le flessioni con le bambine sopra, dare pugni ai muri e simili amenità), farsi fare il culo al campetto il giorno dell’incontro e farsi fare il culo dai tuoi amici più grandi perché avevi buttato via l’onore della via. Ricordo tre o quattro incontri, in genere con lo stesso bimbetto che mi schienava regolarmente. L’unica volta in cui sfiorai la vittoria riuscii a tenerlo schienato per due secondi, poi si rialzò. Quella particolare volta fu molto divertente perché il più grande fra di noi accusò l’arbitro di aver contato troppo lentamente e finì a botte dieci contro dieci mentre il mio avversario frignava per finire il combattimento regolare. Arrivato alla seconda o terza elementare era diventato inverosimile mettersi a fare i combattimenti, anche perché dopo un po’ la sfiducia dei tuoi lascia il segno e le vie avevano smesso di beccarsi tra loro. L’unico altro torneo di wrestling a cui partecipai fu una cosa organizzata in prima media per un capodanno, e fu una delle ultime volte in cui mi capitò di subire angherie da parte dei miei compaesani -iniziarono a pestarmi i compagni di classe di altri paesi, gente tosta, e un paio di compaesani che volevano entrare nel loro giro. Ma in quest’ultimo caso non era wrestling, erano più che altro botte in freestyle. Assodato che non avevo riportato danni cerebrali, decisi di portare a casa il risultato, concentrarmi su altro e perdere il giro degli incontri di wrestling. L’unico altro mio contatto fu verso i 17, quando era praticamente impossibile avere conversazioni con i coetanei eccezion fatta per tre argomenti:
1 la ragazza che ci saremmo fatti di più tra quelle che tutti conoscevamo e non l’avevano mai data a nessuno di noi
2 la miglior combinazione marmitta/ cilindro/carburatore per truccare una vespa 50
3 il più cazzuto tra i protagonisti degli incontri di wrestling commentati da dan peterson il sabato pomeriggio.
La risposta al quesito 1 e 2 è naturalmente irrilevante. La risposta al 3 è fumosa, io preferivo di molto Undertaker l’unica volta in cui lo vidi per dieci minuti prima di concludere che fosse un programma noiosissimo con una colonna sonora di merda, molti altri erano per Diesel o Razor Ramon, e uno per quel ciccione giapponese che si cagava addosso quando vedeva Undertaker. Chi fosse il più scarso francamente non è mai saltato fuori, e sono convinto che il quesito che tu poni riguarda incontri di wrestling avvenuti 15 anni dopo quelli a cui assistetti io. Nel caso specifico non posso aiutarti. Mi dispiace.

su 940 la chiave di ricerca.

LE PERSONE CHE SE LA TIRANO LE ODIO

La tua spietata affermazione potrebbe essere resa meglio in italiano, con gran risparmio di parole: ad esempio odio le persone che se la tirano, o –equivalente- odio chi se la tira.
La parte più interessante nell’analisi del tuo moto d’orgoglio, tuttavia, si richiama ad un vecchio –e ancor oggi, per mia parte, irrisolto- quesito esistenziale/dialettico/linguistico, molto ben sviscerato qui -vale a dire: quando dico che te la tiri, cosa suppongo venga tirato?
Non è quesito di facile soluzione, e tutt’altro che banali le facili battute con le quali alcuni spiritosoni infarciscono il magico regno di yahoo answers per quanto riguarda la voce specifica. Un mio compagno di classe, sarà stato in seconda liceo, parlava con un altro compagno di classe (a quei tempi non erano in molti a rivolgermi la parola, così passavo così il tempo dedicandomi ad ore ed ore di overhearing) e parlando di una ragazza della sezione C un anno più vecchia di noi disse che “è di Milano, e le milanesi si tirano tutte la catena”. È l’unica volta in cui ho sentito riferire l’espressione gergale “tirarsela” ad un oggetto specifico, e il gioco di richiami che parte dall’idea che tirarsela significhi tirarsi un’ideale catena del cesso di fronte ad astanti ritenuti inferiori è assolutamente, ehm, geniale. Naturalmente l’ipotesi più accreditata della saggezza popolare, o meglio dell’inferenza popolare, è un chiaro ed impalpabile riferimento alla vagina. Non che io sia contrario, ma certo dovresti riflettere su questa cosa: insomma, che odi a fare chi se la tira se non sai manco che cosa si tira?
Considerando invece la questione per sommi capi, metodo google-cazzodicane, certo le persone che si vantano eccessivamente di ciò che fanno sono pesanti in molti aspetti della vita sociale, specie in situazioni dalle quali è molto dura sfuggire (pranzi parentali, riunioni di lavoro, interviste etc). Esiste comunque tutta una sottocultura di gente che ha fatto del tirarsela una categoria di pensiero, ed è riuscita nel corso del tempo a definire una propria poetica che li ha resi sì personaggi controversi, ma anche grandi autori, tipo Henry Miller o Gabbo d’Annunzio o che so, Bukowski Rollins Baricco Travaglio Zeffirelli Sartori Alighieri eccetera. Occorre come sempre contestualizzare, non smetterla di fornire uno sfondo ai primi piani così da giustificare il tiraggio della ****** in un orizzonte storico-sociale più vasto. Ma soprattutto, mio caro, l’odio scriteriato per costoro ti potrebbe spingere a barricarti in casa con le tapparelle abbassate a guardare film di Michael Haneke (altro campione mondiale nel tirarsela) senza salutare nessuno al tuo passaggio, mestiere dell’abbrutimento progressivo che non ci piace manco per il cazzo E che non consente di praticare uno degli sport che personalmente preferisco e che potremmo chiamare sfotting –in buona sostanza, l’arte di blandire i saccenti al punto di far loro raggiungere il punto di non ritorno del tiraggio, oltre il quale si scade nel ridicolo volontario e/o nell’immedesimazione del soggetto in Gesù Cristo o David Duchovny. Come a dire: odiando chi se la tira ti perdi la parte più sapida della tua esistenza qui e ora. Lo sfotting, inoltre, tende a funzionare benissimo con la categoria più quintessenziale di tirers, vale a dire le ragazze di perfetta fattura munite di ingressi omaggio in ogni locale trendy della riviera ed autocoscienza del fatto di essere l’unica donna al mondo dotata di vagina, gente su cui già in passato ci siamo accaniti su questo blogghe. Non tornerò quindi sull’argomento. Ma sicuramente alle volte vuoi avere conversazioni con ragazze del genere, e a loro piace davvero molto ascoltarsi mentre parlano… perché privarti del piacere?

(era una domanda retorica, non sfondarti il cervello)

su paulthewineguy.